TRENTANOVE MILIONI DI PIXEL…

…senza contare la macchina e gli obiettivi. La Phase One 645DF

Priva di gadget inutili, dotata di un sistema autofocus veloce e semplice (addirittura elementare se paragonato a quelli delle DSLR di piccolo formato), accompagnata da un libretto di istruzioni che potrebbe essere riassunto su un foglio A4, equipaggiata con dorsi digitali tanto performanti quanto semplici e intuitivi nell’uso, la Phase One 645DF, erede della Mamiya 645AFD, è un vero "workhorse" per il fotografo professionista.
Cuore di un sistema davvero aperto, accetta una serie di dorsi digitali che vanno dai 30 agli 80 milioni di pixel, tutti gli obiettivi Mamiya 645, i nuovi obiettivi Phase One (prodotti da Mamiya con specifiche avanzate), una serie di obiettivi dedicati prodotti da Schneider e dotati di otturatore centrale (dai 55 ai 150 millimetri, oltre a un 120 millimetri "Tilt&Shift"), nonché le ottiche Zeiss per Hasselblad serie V, da utilizzare in stop-down con anello adattatore.
La Phase One 645DF è da poco entrata a far parte del mio corredo, insieme all’obiettivo Schneider 80mm LS f/2,8 (dove “LS” sta per “leaf shutter”, cioè otturatore centrale) e il dorso P45+ da 39 milioni di pixel.

Il dorso P45+
L’area di acquisizione misura 49,1×36,8 millimetri, pertanto è più piccola del tradizionale fotogramma di medio formato 6×4,5 centimetri, che ha un’area utile effettiva di circa 56×40 millimetri. Una situazione normale nel digitale (se si eccettuano le DSLR full-frame di piccolo formato), che impone alle singole focali un fattore di moltiplicazione variabile a seconda delle dimensioni del sensore.
Nel nostro caso, poiché la diagonale dell’area di acquisizione è pari a poco più di 61 millimetri (contro i 68,8 del formato 6×4,5 su pellicola), il fattore di moltiplicazione sarà pari a 1,13 (approssimato per eccesso). Quasi (ma non del tutto) irrilevante, soprattutto quando si usano le ottiche grandangolari.
Phase One, ad esempio, produce un 28 millimetri che sul formato pieno 6×4,5 equivarrebbe a un 17 millimetri nel piccolo formato. Invece sul sensore P45+ l’equivalenza si sposta verso i 19 millimetri. Una differenza minima soltanto in apparenza quando si fotografa l’architettura e si lavora nelle città d’arte italiane, affrontando problemi di ripresa che spesso non possono essere risolti se non ricorrendo ad apparecchi a corpi mobili equipaggiati con supergrandangolari estremi.
Nel P45+ le dimensioni dei pixel sono di tutto rispetto: 6,8 micron di lato, il che garantisce l’elevata qualità del segnale e un buon contenimento del rumore elettronico. Le dimensioni della superficie di acquisizione consentono, senza interpolazioni, una stampa di circa 45×60 centimetri a 300 pixel per pollice. La sensibilità va da 50 a 800 ISO, un range normale nel medio formato. La gamma di esposizioni va da un decimillesimo di secondo a un’ora in automatico. La gamma dinamica del sensore supera di poco i 12 stop, garantendo la perfetta leggibilità tanto delle alte luci quanto delle ombre in qualsiasi situazione di ripresa. Una caratteristica ulteriormente esaltata dal software Capture One 6 (riconosciuto come uno dei migliori sul mercato, anche per il trattamento di file non proprietari): sapendone sfruttare tutte le potenzialità (io confesso di essere ancora agli inizi), questo software è in grado di valorizzare al meglio il lavoro del fotografo. Il display da 2,2 pollici con 230,000 pixel ad alta luminosità garantisce una visione sufficientemente buona anche all’aperto.

Gli obiettivi
Il “normale” Schneider da 80 millimetri è studiato per garantire il massimo della nitidezza. Ho già avuto modo di mettere alla prova la qualità Schneider non soltanto negli obiettivi per il grande formato, ma anche nel medio formato, quando utilizzavo lo Xenotar 80mm f/2,8 come normale di serie sull’Exakta 66. All’epoca avevo anche avuto occasione di confrontare le curve MTF di questo obiettivo con quelle che descrivevano lo Zeiss Planar di pari focale destinato alle reflex Hasselblad, verificando come le prestazioni dello Schneider risultassero non solo paragonabili, ma addirittura superiori (a tutta apertura) a quelle dello Zeiss. Da allora sono passati vent’anni, durante i quali sono convinto che Schneider abbia ulteriormente ottimizzato il suo 80 millimetri. Purtroppo sul sito e nei materiali illustrativi distribuiti da Phase One non sono pubblicati test MTF degli obiettivi Schneider (mentre lo sono quelli delle ottiche marcate Phase One), per cui non mi è possibile illustrare risultati strumentali. L’unico criterio di valutazione resta quindi la prova sul campo.

La prima volta
Il battesimo del fuoco della 645DF è avvenuto all’inizio di dicembre del 2011, durante un workshop nel Finalese, in una giornata di nuvole scure che si addensavano sulla Riviera di Ponente. Quel mattino, mentre ci spostavamo da Finale a Noli, ho colto un taglio di luce sul mare che meritava un’indagine fotografica. Sugli scogli, alcuni cormorani si riposavano tra una battuta di pesca e la successiva. Ho scattato la prima fotografia con il normale Schneider, elaborandola poi con il software Capture One 6. La seconda, pochi minuti più tardi, montando sul corpo macchina lo Zeiss Distagon 50mm f/4 per Hasselblad.

Al momento del secondo scatto le condizioni di luce erano decisamente migliorate e lo scoglio dei cormorani era illuminato da una più ampia area di cielo.

A Noli, la gamma dinamica del sensore è stata messa alla prova da un’immagine scattata sotto il portico medioevale che costeggia la Via Aurelia: un’esposizione di quadri illuminati da faretti alogeni, lo sfondo in ombra, la luce del giorno che irrompeva “sparando” da un’arcata a sinistra.
Grazie alle caratteristiche del sensore e alle potenzialità del software di postproduzione tutto è risultato leggibile. La fotografia successiva è un ritaglio della parte centrale dell’immagine (in origine 1000 pixel sul lato lungo): la nitidezza appare eccellente, nonostante la riduzione web.

Lo stesso giochetto è stato fatto nelle due fotografie che seguono, scattate nel centro storico di Noli: dalla fotografia del gruppo di case e da quella dei panni stesi sono stati ricavati due ritagli, originariamente di 1000 pixel sul lato lungo, dell’immagine originale riprodotta al 100%.

La cassetta per le lettere incassata nel muro scrostato è stata ripresa con lo Zeiss Sonnar 180mm f/4 per Hasselblad. Le strutture superficiali del metallo verniciato e del cemento appaiono in tutta la loro matericità. Anche in questo caso è stato effettuato un crop di 1000 pixel sul lato lungo dal centro dell’immagine portata al 100%.

L’ultima fotografia, scattata nel pomeriggio al porto turistico di Finale Ligure, mostra come il sensore (unito alle possibilità del software) sia in grado di rendere correttamente le diverse sfumature di bianco senza uniformarne le delicate gradazioni.

Michele Vacchiano © 04/2012